In pratica mettiamo sopra di noi non una semplice pietra, ma quintali e quintali di terra da cui, come Kill Bill insegna, solo Beatrix Kiddo riuscirebbe a uscire. Ed eccoci autotrasformati in catacombe viventi fuori dal tempo, buie, statiche e piene di gallerie, in cui è facilissimo perdersi per mancanza di luce e indicazioni.
Se vivessimo in un film romantico, la salvezza più figa sarebbe trovare la persona giusta, togliersi l'un l'altro uno strato alla volta fino a guardarsi nudi negli occhi, fare l'amore e trovare insieme l'uscita.
Fermiamoci un attimo però, al momento abbiamo più a che fare con un horror che con l'amore, quindi cosa farebbe mio padre Stephen King? Prima di tornare ad appallottolarmi sotto al piumone, uccisa dalla combo febbre/pressione bassa, la butto lì, anche se non so se si capisce bene perché sono veramente un catorcio.
Immaginiamoci da soli, spaventati, a camminare con una torcia in mano che proietta ombre tremolanti sulle pareti della catacomba e il respiro affannoso di chi ha perso il conto delle volte che si è perso nel labirinto. Passo dopo passo, tra odore di muffa, panico e silenzio, a un certo punto in lontananza vediamo una porta, cosa facciamo? Scappiamo subito verso la probabile via d'uscita o ci chiediamo se abbiamo il coraggio di tornare indietro e scoprire cosa si nasconde nella profondità del percorso?
La risposta è tutta lì (tutti possiamo fiorire, lo prometto)